giovedì 16 febbraio 2012

La colpa e il benaltrismo




“Come ci siamo detti nel nostro incontro, l’obiettivo del progetto è di incrementare i margini. Abbiamo visto come sia opportuno capire con dettaglio quale sia il processo che porta dal contatto con il nuovo cliente alla gestione della rendicontazione post evento fino alla fidelizzazione. In particolare ci siamo detti che  una delle priorità da affrontare è quella del passaggio di consegne”.
Interrompe. “Va bene questo lo so. Venga al dunque”.
Questa è una debolezza: cerca di fregarmi fingendo che sa già tutto in realtà mostra solo una accesa curiosità per la soluzione. A questo punto devo procedere secondo lo schema per superare le resistenze:
1.     Concordare il problema: mettersi d’accordo su quella che è la difficoltà da affrontare
2.     Concordare la direzione della soluzione: ottenere l’assenso sulla direzione da privilegiare
3.     Concordare la soluzione: mostrare come la soluzione proposta è in grado di gestire anche gli effetti collaterali
Iniziati dunque a descrivere la situazione incasinata così come l’avevano descritta loro nell’incontro precedente.
“Certo dr. Parioletti: ciò che vogliamo superare è la riduzione dei margini. Dobbiamo lavorare su due aspetti per far crescere i profitti: da un lato migliorare la percezione che i clienti hanno di HAL così da non indirizzare le trattative solo sullo sconto, che è un problema che sentite assillante, così mi avete detto. E poi ridurre i costi, specie quelli derivanti dalle inefficienze interne dovute ad un livello di collaborazione non adeguato. Le sembra che questo identifichi la situazione di partenza e l’essenza del problema da superare?”.
“Uhm. Sì.”, grugnisce in risposta. Alzando appena le labbra che si torcono curvando gli estremi verso il basso in una simulazione perfetta della faccina scontenta. Se fossi Carl Lightman di Lie to me esclamerei che questa è una dichiarazione controfirmata di sconforto. Sa bene che questo è il problema. E lo imputa all’incapacità dei suoi uomini.

lunedì 13 febbraio 2012

Costa troppo


“Costa troppo” mi ha appunto risposto, quasi schiantandosi sulla sedia, come se l’avessi pugnalato di nascosto. Il suo viso era una maschera digitale sulla quale due espressioni si alternavano a rapidità impressionante: la delusione, come per essere stato tradito, e la stizza per sentirsi raggirato.
I due angeli custodi ovviamente tacevano: Franchi, il direttore operativo, tiene il viso abbassato, non so se prova più vergogna per la sceneggiata del suo capo, che deve ricordargliene altre simili con lui imputato, o se per cercare qualche colpo ad effetto che faccia aumentare la stima del Parioletti. Lei, la Lucchini, come venere imperturbabile, mi fissa con un’aria birichina che sembra rimproverare dolcemente “non me lo faccia arrabbiare dai, che poi una soluzione la troviamo”.
“Ha ragione” dico io soprendendo tutti. “Infatti come vedrà non è questa la cifra che le propongo di investire per valutare i vantaggi economici che questo progetto può produrre”. Sto rischiando molto, lo so: mi è venuto così, di dirgli una cifra a caso. Beh non proprio a caso.
“Mi sta prendendo in giro?” soffia il Parioletti.
“Dottore, e come potrei mai? Le ho indicato la cifra che il progetto potrebbe raggiungere globalmente, l’investimento globale dei primi sei mesi se e solo se l’intervento iniziale dimostrerà, come sono convinto, di dare frutti molto più abbondanti in termini di margini operativi. A quel punto non si tratterà più di quanto si investe, ma quanto questo investimento rende e in che tempi. Non le pare?”
La domanda mi è venuta bene: adesso lascio a lui la sentenza. Mi sono messo nelle sue mani. E ogni re, per quanto severo e giusto, non può non avere una vena di misericordia. Basta non appellarcisi in modo tronfio, sguaiato, plateale.
Infatti abbozza un sorriso, alla Bogart appunto, e finalmente dice, mentre le due figure ai suoi lati sembrano stirarsi e accendersi di speranza: “Mi faccia vedere che cosa ha preparato”.
Notato bene il “mi faccia” che è molto diverso da “ci faccia”?
Si comincia.

giovedì 9 febbraio 2012

Si inizia a negoziare



Capitolo ottavo

“Costa troppo”.
Era scontato. Che avrebbe comunque detto così. Fa parte del ruolo. E di una certa ignoranza molto diffusa. Non dico che tutti gli imprenditori italiani siano ignoranti: ci mancherebbe altro! Ci sono molti veri geni tra di loro: di quella genialità che sovrasta la logica perché scardina l’analisi, la razionalità per esaltare l’intuito. Come se fosse possibile aggrapparsi ad un raggio di sole per inseguirne la curva e vedere con occhi diversi tutto il creato fino ad inventare qualche cosa di nuovo.
Chapeau! Li invidio di quella invidia bianca, sana, depurata dalla rabbia.
C’è però che poi nel momento in cui scendono da quel raggio di sole, si calano in testa il cappello del duro, come se ci dovesse essere un Humphrey Bogart al comando di ogni azienda. E devono sempre far vedere chi comanda. Non solo: ma ritengono spesso che l’esercizio di questa facoltà si attui in modo specifico nella gestione del denaro. Ecco perché qualunque proposta costa sempre troppo.
Non mi ha lasciato quasi neanche sede il Parioletti, ha iniziato a chiedermi “quanto mi prende?”.
Ho risposto da manuale: “Guardi, l’investimento che le indicherò alla fine è ampiamente recuperato nell’arco dei primi due mesi, secondo il piano che le vorrei illustrare”.
“Sì, ma quanto mi costa!” ha insistito.
“Se permette vorrei riservarmi di svelare l’investimento richiesto dopo averle, brevemente si intende, raccontato come metterlo a frutto e quanto guadagno può produrre”.
“No. Mi dica prima quanto vuole”. Lo ha detto sporgendosi in avanti e tirando i lineamenti, come a voler assumere ancora di più il controllo della situazione. Ricordo che pensai “adesso o si accende una sigaretta sotto il cappello a falde larghe che estrae con colpo teatrale da sotto il tavolo, o mi prende a cazzotti”.
“50.000 euro”, ho allora sparato: a voce alta, senza abbassare lo sguardo. È lì la prima vittoria: se mostri di avere quasi vergogna per ciò che stai chiedendo sei finito. 

lunedì 6 febbraio 2012

I furti del Duemila


Prossimo post Giovedì 9 febbraio


Che cosa ci aveva portato infatti il Duemila se non la rapida fine delle sicurezza in meno di dieci anni. Che le crisi succedutesi erano proprio lì per scrollare l’albero del vatuttobene al quale ci eravamo abbarbicati con violento e insano desiderio. Che cosa ci aveva sottratto?
1.   La sicurezza economica, che ormai sapevamo in balia di fattori incontrollabili, ai più per lo meno.
2.   La sicurezza finanziaria, con risparmi di una vita esplosi in una qualcune delle bolle recenti: e-commerce, immobiliare, bondargentina.
3.   La sicurezza sanitaria, con febbri aviarie e suine e chissà che altro, che ci mancavano solo quelle floreali per metterci a terra.
4.   La sicurezza che la natura fosse nostra alleata o per lo meno sodale, mentre invece continuava ad attentare a noi con scrolloni e inondazioni da ogni lato.
5.   La sicurezza tout court, che c’era da ringraziare se il sole fosse calato sul pianeta senza lo che sfregio di un attentato avesse insultato il giorno, e ogni mattina uscivi con dentro l’ansia, sommessa e nascosta, che alla sera potevi contarti e mancava qualcuno.
Questo era il mondo che ci aveva regalato il nuovo splendido millennio. Glielo avrei restituito volentieri in cambio dalla rassicurante piattezza degli anni Settanta.
Eppure, in questo mondo impossibile, per dirla con Memo Remigi, che pochi sanno chi sia ma Wikipedia può aiutare, ora vedevo un filo, un sentiero. Una voce mi sussurrava, modesta e coraggiosa, che cera comunque un senso, e una via d’uscita.
Per questo baldanzosamente attraversai la strada, sorridendo mi presentati, e con calore salutai Parioletti e i soliti due che mi attendevano per la presentazione della mia proposta.

giovedì 2 febbraio 2012

Qui sarebbe cambiato qualche cosa


Prossimo post Lunedì 6 febbraio


Poi tutto scomparve nel momento in cui una coppia vociante venne a sedersi nel tavolo alle mie spalle discutendo di non so quale impegno di lavoro.
Mi alzai, e bevvi il caffè direttamente la bancone. Mancavano dodici minuti all’appuntamento con Parioletti. Pagai. Rimasi immobile al centro del locale, fingendo di guardare nel portafogli, mentre in realtà cercavo di trovare in me la forza per affrontare ciò che sarebbe successo di lì a poco.
Perché sentivo che qui sarebbe cambiato qualche cosa. L’incontro recente con Pedretti, mi sembrava stessero indicando una strada, una via di fuga da quel deserto che la crisi finanziaria aveva steso intorno a me. La crisi finanziaria poi, a pensarci bene era da quando avevo intrapreso la libera professione e messo su il mio studio da consulente. Perché questo millennio, così atteso da celebrarlo con sfarzi da satrapi orientali di prima di Cristo, sembrava essere stato più tarlato dal millennium bug che non dalle danze sui resti del muro di Berlino. Invece che liberare la fantasia e lanciarci verso un futuro senza più barriere, sembrava roso dentro da un verme che ne risucchiasse l’anima. Perché questa era l’impressione del primo decennio: una scorza vuota che implode lentamente su un nucleo che marcisce senza consapevolezza.

lunedì 30 gennaio 2012

Il ghiacciaio del Lyskam


Prossimo post Giovedì 2 febbraio



Mi vidi addentare un analogo panino, seduto sopra una pietra, dietro le spalle a pochi metri da un dirupo che si spalancava verso il ghiacciaio del Lyskam.  Davanti potevo gettare lo sguardo sin oltre Gressoney la Trinité, fin dove la valle sterzava affannata chiudendosi nel cozzare di due pendii verdi di alberi fitti. A destra invece si scorgeva la valle di Champoluc, tanto ariosa e solare quando quella del Lys sembrava timida e ingobbita, a proteggere una intimità che pretendeva di nascondere chissà quali misteri e tesori. Sotto i piedi una pietraia rossa, venata di marrone, dove solo qualche bollo giallo e bianco svelava un sentiero che, se percorso fino alla fine, avrebbe condotto al rifugio Quintino Sella, dopo circa un’altra ora di cammino dal punto dove mia moglie ed io ci eravamo fermati, non solo per il pranzo, ma anche per porre fine alla salita. Colpiva il silenzio, così serrato che persino il vento non osava cantare tra i sassi, come atterrito di essere l’unica voce a sfidare l’assenza di suoni.  Mi afferrò il ricordo del sole, caldo senza essere torrido, e gentile nello sciogliere il colore del cielo. Contemporaneamente mi salì al cuore uno struggimento ruvido, tepore irritante e pistone rumoroso, senza che ne capissi l’origine né lo scopo, perché tutto ha uno scopo, solo a trovare il filo da dipanare, e mi trovai a vacillare, pur essendo seduto, come colpito con vigore da una mano sulla spalla, una mano che scuotendomi volesse al contempo svegliarmi e sfidarmi, volesse saggiare la mia solidità, e rassicurare, ma con goffaggine tale da provocare invece un senso di incompiuta fragilità, il bisogno di cercare un fondamento saldo. E mi sembrava di vivere tutto questo essendo contemporaneamente lì, in quel bar lucido e banale, e seduto sulla cima della montagna a guardare giù, ossia dentro di me, mescolando i due stati in una confusa musica aurorale. Mi venne in soccorso una nuova immagine, talmente assurda da trarmi fuori da quello stato indeciso e vacuo: mi vidi secco e terso, il braccio destro teso, in modo da squadrare la mia figura, renderla perfetta nella geometria di un corpo che si staglia secco tra la folla, mentre sporgendomi intimavo ad un taxi di arrestarsi e caricarci sulla Fifth Avenue a New York, poco oltre la Public Library, con una autorità che mai mi ero scoperto addosso. 
Fu un lampo. 

lunedì 23 gennaio 2012

La memoria è un ripostiglio


Prossimo post giovedì 26 gennaio


Mia moglie dice che la memoria è come un ripostiglio: quando sei giovane c’è un sacco di spazio che cerchi di utilizzare al meglio. Man mano che i ricordi si accumulano, con fatica cerchi di tenere un ordine logico, che ti permetta di ritrovare con facilità ciò che cerchi. Ben presto però ti rendi conto che lo sforzo è inutile perché è molto difficile decidere che cosa gettare via subito e cosa conservare per la vita, per cui abbandoni l’idea di catalogare, di fissare un criterio e finisci per buttare dentro alla rinfusa, cercando solo di trovare uno spazio ancora libero. E’ chiaro che così facendo diventa pressoché impossibile ritrovare alla bisogna un nome, un volto, un indirizzo, un’immagine, perché il cassetto dov’è conservato è ormai sepolto sotto valanghe di altre immagini, altri indirizzi, altri volti, altri nomi. E così, come in un solaio dove ormai non entri più per evitare che dolore si aggiunga a dolore, smetti di cercare di ricordare. Fino a quando un sapore, una voce improvvisa e inattesa, non schiude per qualche strano gioco del destino, la finestra giusta. E allora ritrovi il filo, che ti conduce dove non sai neppure e ti trovi davanti ad un ricordo tagliente, lucido, senza neppure un velo di polvere, che parla secco e aspro al cuore, che pretende attenzione.
Fu così che mentre mangiavo un panino, seduto ad un tavolino esterno di un bar poco lontano dalla sede della HAL servizi, fui aggredito da un’immagine che risaliva a qualche anno prima